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Blue Whale e Blackout Challenge: profili di reato

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Sono infiniti i reati informatici e i pericoli che si corrono sul web, soprattutto quando si è molto giovani e vulnerabili e non si ha ancora una chiara distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male. E non stiamo parlando solo di cyberbullismo, o della possibilità di cadere nelle trappole tese da pedofili e malintenzionati: negli ultimi anni, su Internet e sui social si è diffusa una nuova minaccia, quella delle sfide estreme che – in alcuni casi – possono portare persino alla morte dell’utente.

Il ruolo dei social nelle sfide estreme (e pericolosissime)

Inizialmente a balzare agli onori della cronaca fu la Blue Whale Challenge, un macabro “gioco” nato in Russia che, attraverso una serie di tappe che il ragazzo/a deve raggiungere con l’aiuto di un curatore (tagli sulle braccia, visione in loop di video violenti, comportamenti pericolosi ecc.), dopo 50 giorni conduce sino al suicidio. In realtà, i dati in merito alla Blue Whale sono contraddittori: c’è chi parla di oltre 100 morti riconducibili alla sfida, chi la ritiene una bufala. In realtà, si tratta di una sorta di isteria collettiva nata da un fenomeno che – nato sul web – aveva coinvolto solo poche persone per poi diffondersi in maniera preoccupante dopo che, della storia, hanno parlato i media. E, così, è stato anche per la Blackout Challenge: qui non si tratta di un percorso, ma di una folle sfida che consiste nel legarsi qualcosa al collo per perdere i sensi per pochi secondi. Una sfida che, talvolta, è sfociata in una accidentale morte.

Al di là dell’evidente follia di chi a queste sfide dà vita, è fondamentale soffermarsi sul ruolo che i social network e i media in generale giocano in vicende tanto delicate: parlarne con enfasi, diffondere video, raccontare tali sfide con dovizia di particolari porta con sé il rischio d’emulazione. E il rischio che si diffonda – per l’appunto – un’isteria collettiva.

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Cosa dovrebbero fare, dunque, i media? Distinguere il dovere professionale di raccontare dal dovere etico di rendere proporzionale il racconto ai fatti. Fondamentale è non ingigantire i fatti, non riportare segnalazioni di casi non verificati, non confondere gli utenti e – soprattutto – non mitizzare le vicende donando loro un interesse che non meritano. Anzi, in casi come questo non parlarne aiuta: “Questa gente disturbata ha potere soltanto se glielo diamo noi: se i genitori lasciano che i figli giovanissimi parlino con gli sconosciuti e girino su Internet senza tenerli d’occhio e senza spiegare loro com’è il mondo; se si crede a tutto quello che si vede su Internet; se i giornalisti presentano questi adescatori come dei geni della perversione e si attaccano a etichette di facile presa come appunto la Blue Whale Challenge, che esiste e fa danni solo se crediamo che esista e gli diamo visibilità senza fare critica. Più la pubblicizziamo e ci concentriamo sul mito, parlandone in toni di certezza, più la rinforziamo e facciamo il suo gioco”, si legge sul sito di Attivissimo.

Che cos’è il reato di istigazione al suicidio

Ma quale reato c’è, dietro vicende come la Blue Whale Challenge o la Blackout Challenge? In Russia, la polizia ha arrestato diverso tempo fa il 21enne Philipp Budeikin, con l’accusa di aver istigato al suicidio alcuni giovani e di aver diffuso il fenomeno in rete. Pare abbia anche confessato, ma non ci sono fonti certe a riguardo. Ciò che è certo è che, in Italia, ad oggi ancora non è stato arrestato nessuno per tali sfide, sebbene anche da noi girino video su YouTube e ci ci siano gruppi Facebook che propongono sfide estreme.

Al di là del nome che la sfida del momento assume, in casi di questo tipo il reato che si configura è uno: l’istigazione oppure l’aiuto al suicidio, che si attua secondo due diverse modalità. Nel primo caso c’è il rafforzamento dell’altrui proposito suicida, ovvero sia la facilitazione dell’azione suicidiaria altrui: perché il reato possa essere imputato, però, è necessario dimostrare che l’azione dell’accusato abbia effettivamente condotto al suicidio della vittima, e che tale azione sia stata da lui attuata con tale preciso obiettivo. Per aiuto al suicidio, invece, si esclude l’esistenza di qualsiasi intenzione, manifesta o latente, di suscitare o rafforzare il proposito suicida altrui, presupponendo anzi che l’intenzione di autosopprimersi sia stata autonomamente e liberamente presa dalla vittima. L’accusato, in questo caso, va a fornire “solamente” un contributo di tipo agevolatore (di tale reato è stato accusato ad esempio Marco Cappato dei Radicali, per aver facilitato il suicidio assistito in Svizzera di Dj Fabo).

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Quando non si giunge al suicidio, ma alla realizzazione di lesioni autoinflitte, difficilmente si arriva ad ipotizzare un reato: nel nostro ordinamento è infatti previsto il reato di istigazione a commettere un delitto, ma non è questo il caso dal momento che il soggetto fa del male solo a se stesso. C’è chi parla poi la circonvenzione di persone incapaci (art. 643 del Codice Penale), che prevede una reclusione da due a sei anni e che però è un caso un po’ diverso: tale reato prevede infatti che un soggetto abusi dei bisogni, dell’inesperienza o delle passioni di un minorenne o di una persona in stato di infermità o deficienza psichica, per trarne un profitto. Ma, la Blue Whale e tutte le altre “sfide” di questo tipo, non apportano alcun profitto. Neppure agli eventuali “curatori”.

Quale reato si configura, dunque, per queste challenge? Ciò che meglio le spiegherebbe è il plagio, che era previsto dall’art. 603 del Codice Penale e che recitava: “Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni”.

Tuttavia, il reato di plagio oggi non esiste più. Ed ecco che i responsabili di Blue Whale Challenge & co. difficilmente vengono puniti. Cosa fare, dunque? Tenere gli occhi aperti, sempre. Soprattutto i genitori e gli educatori, ma anche i media che – in casi di questo tipo – svolgono un ruolo determinante.

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4 Comments

  • Nell’articolo però non si menziona che il reato di plagio «oggi non esiste più» perché è incostituzionale, infatti prima che venisse abolito è stato utilizzato rarissimamente e solo per persecuzioni a fini ideologiche (vedasi il caso del prof. Aldo Braibanti e il caso di Don Emilio Grasso).
    Non viene nemmeno ricordato che quella fattispecie di reato era un «retaggio» del codice penale di epoca fascista: tant’è vero che chi oggi la vorrebbero ripristinare solo pochi militanti e propagandisti dediti alla discriminazione religiosa e spirituale.
    Non è certo riportando in auge uno scampolo di fascismo che si risolve l’ipotetico problema di «Blue Whale» e simili.

    • Nell’ultimo capitolo dell’articolo abbiamo puntualizzato quanto segue

      “Tuttavia, il reato di plagio oggi non esiste più. Ed ecco che i responsabili di Blue Whale Challenge & co. difficilmente vengono puniti. Cosa fare, dunque? Tenere gli occhi aperti, sempre. Soprattutto i genitori e gli educatori, ma anche i media che – in casi di questo tipo – svolgono un ruolo determinante.”

  • […] le barriere delle scuole ed è arrivata all’ambiente virtuale, sotto il nome di cyberbullismo. Una delle differenze del cyberbullismo è il presunto vantaggio che l’aggressore […]

  • […] ancora oggi, quella di aver creato una piccola comunità di persone che segue Tra Genio e Follia, che ogni tanto ti chiede anche un consiglio e si confida. Sono quasi certa che, grazie alla […]

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